Mi Annoio, Dunque Creo: Perché la Noia è il Sistema Operativo della Creatività.

Mizio Ratti
23 Dicembre 2025
Categoria: Mizioblog

Sottotitolo: Manuale di sopravvivenza creativa nell’era dell’Infodemia e dell’AI

Autore: Mizio Ratti. Copywriter e Creative Director con 35 anni di esperienza in comunicazione.
Data: 23 dicembre 2024


In sintesi

Questo articolo esplora il ruolo della noia come precondizione necessaria per la creatività. Dalla acedia medievale all’ennui romantico di Baudelaire e Flaubert, fino alla visione contemporanea della noia come “disfunzione emotiva”, l’autore argomenta che in un’epoca dominata dall’infodemia e dallo scroll infinito, la capacità di annoiarsi è diventata l’ultima forma di resistenza creativa. Vengono citati i metodi creativi di Raymond Chandler e Haruki Murakami come esempi di “noia produttiva”.

Parole chiave: noia creatività, creatività intelligenza artificiale, infodemia, produttività creativa, mi annoio dunque creo, mizio newsletter, scrittura creativa, vuoto fertile


Introduzione: La Pausa Natalizia e il Valore della Noia

La pausa natalizia è fatta per rallentare. Lo dice il nome stesso: pausa.

Sono giorni a velocità ridotta: ore passate a tavola, visite di parenti e amici che non vedi da parecchio. Un tempo era anche un periodo in cui ci si annoiava. Molto. Bisognava ascoltare i malanni di vecchie zie di terzo grado, disseppellire polverosi giochi da tavola sempre privi di libretti d’istruzioni.

A pensarci bene, quella noia era una delle cose più belle del Natale.

La noia. Uno stato d’animo che abbiamo cercato di cancellare incollando gli sguardi agli smartphone. Così la nostra soglia dell’attenzione è crollata e di conseguenza la nostra capacità di immaginare.


Perché Ho Scritto “Mi Annoio, Dunque Creo”

Scrivo da molti anni, ho una community di oltre 10.000 lettori tra il blog, Substack e LinkedIn. In passato diversi editori mi hanno corteggiato per pubblicare un libro. Ho sempre rimandato, non solo per pigrizia ma perché non trovavo un argomento che mi appassionasse davvero. Ed ecco, finalmente ho capito che la noia non mi annoia.

“Mi Annoio, Dunque Creo (Manuale di sopravvivenza creativa nell’era dell’Infodemia e dell’AI)” è un atto di resistenza.

Contro l’infodemia, quella valanga di informazioni inutili che ci seppellisce ogni giorno. Contro l’ossessione della produttività, l’idea malata che ogni minuto debba fruttare qualcosa. Contro la dittatura dello stimolo continuo, il bombardamento di notifiche che ci tiene perennemente distratti da noi stessi.

È un elogio della noia intelligente. Una difesa del vuoto fertile. Un invito a lasciarsi annoiare, per tornare finalmente a immaginare.


Annoiarsi Non È Mai Stato Così Necessario

C’è stato un tempo in cui ci si annoiava senza vergogna. Si stava sdraiati su un prato a fissare il cielo. Si disegnavano scarabocchi su un foglio mentre si aspettava il treno. Si guardava fuori dalla finestra masticando una matita. Si stava in silenzio, anche per ore, senza sentirsi in colpa.

Oggi no.

Oggi la noia è diventata una colpa sociale. Un fallimento personale. Se non sei occupato, sei inutile. Se non hai notifiche, sei invisibile. Se non produci, sei sbagliato. E quindi la riempiamo di tutto: contenuti, stimoli, schermi, scroll compulsivi. Riempire, riempire, riempire. Perché il vuoto fa paura.

Eppure, è proprio in quel vuoto che succede qualcosa.

La noia, quella vera, quella totale, quella quasi metafisica, è una camera di decompressione. È il momento in cui la mente smette di inseguire e comincia a creare.


Il Metodo Raymond Chandler: La Regola d’Oro dello Scrittore

Raymond Chandler diceva che la regola d’oro dello scrittore era stare seduto davanti alla macchina da scrivere due ore al giorno, anche senza scrivere nulla. “Non devi scrivere,” spiegava, “ma non puoi fare nient’altro.”

Solo così qualcosa, prima o poi, sarebbe arrivato. Non perché lo cercavi. Ma perché avevi creato lo spazio vuoto in cui poteva atterrare.


L’Invenzione della Noia: Storia di un Concetto

La noia non è sempre esistita.

O meglio: la sensazione che chiamiamo noia alberga nel cervello umano fin dal momento in cui qualcuno si è staccato dal gruppo per osservare il fuoco invece che partecipare alla battuta di caccia. Ma la coscienza della noia, la sua consapevolezza culturale, è un’invenzione recente. Un sintomo di civiltà. Come l’insonnia, il senso di colpa, o l’indecisione davanti a duecentosessanta film su Netflix.

La Noia nel Medioevo: L’Acedia come Vizio Capitale

Nel Medioevo la noia non esisteva come concetto. Quando sopraggiungeva una certa inquietudine esistenziale, quel senso di vuoto, di inutilità, di stasi, la si chiamava con un nome molto più solenne: acedia.

L’acedia era una delle peggiori colpe spirituali. Un vizio capitale. Insieme alla superbia, alla lussuria e all’avarizia, c’era anche lei: la tentazione di non fare nulla, di perdere tempo, di abbandonarsi a una malinconia sterile. Era una forma di depressione mistica.

Tommaso d’Aquino la definiva “tristezza dell’anima che rifiuta il bene divino”. Oggi avrebbe una diagnosi DSM-5 e qualche milligrammo di sertralina.

In quei secoli, annoiarsi non era un fastidio leggero. Era un rischio spirituale. Una crepa nell’anima.

La Noia nel Settecento e Ottocento: L’Ennui degli Intellettuali

È nel Settecento e nell’Ottocento che la noia comincia a secolarizzarsi. Si toglie il saio e si infila nel gilet dell’intellettuale. Da peccato diventa stato d’animo. Nasce il dandy annoiato: l’uomo che ha tutto, vede tutto, ha letto tutto. E per questo non desidera più nulla.

Baudelaire, Flaubert, Poe: sono i primi a tratteggiare la noia come condizione esistenziale. La noia diventa il privilegio di chi ha il tempo per accorgersene.

Flaubert la chiama ennui. Una nausea dell’esistenza, un rigetto verso il banale, il quotidiano, l’ovvio. Madame Bovary si annoia perché la vita non è come nei romanzi.

L’Ottocento è il secolo della noia romantica, dell’animo inquieto, del divano come palcoscenico del pensiero. Ma è anche il secolo in cui la noia comincia a farsi narrazione. E qui succede qualcosa di interessante: la noia, quella vera, non si può raccontare. È il vuoto stesso. Ma i grandi scrittori trovano un trucco geniale. Non raccontano la noia. La mettono in scena. La fanno vivere.

La Noia nel Novecento: Alienazione e Assurdo

Poi arriva il Novecento. E la noia esplode come sintomo sociale. Non è più il vizio dell’anima o la crisi del nobile decadente: è l’effetto collaterale della modernità. Della velocità. Dell’alienazione. Dell’automazione. Della routine.

Kafka, Beckett, Camus: ognuno a suo modo trasforma la noia in paradigma dell’esistenza contemporanea. L’impiegato kafkiano, bloccato in uffici dove nulla ha senso. I personaggi beckettiani, in attesa di qualcosa che non accade. L’uomo assurdo di Camus, che guarda l’orizzonte sapendo che non c’è nessun Dio ad ascoltarlo. La noia diventa metafisica, esistenziale. Il buco nero dell’anima moderna.

La Noia Oggi: Da Condizione Esistenziale a Colpa Individuale

Quando la tecnologia accelera, quando la pubblicità promette la felicità, quando la televisione entra nelle case, la noia smette di essere una condizione tragica. Torna a essere un difetto. Ma stavolta non è più vizio spirituale: è disagio comportamentale.

La cultura contemporanea ha trasformato la noia da esperienza universale a colpa individuale. Se ti annoi, non sei vittima di un mondo troppo veloce o troppo vuoto. Sei tu che non sei abbastanza smart, abbastanza curioso, abbastanza engaged. Non ti stai impegnando. Non stai seguendo i tuoi sogni.

In un mondo che non si ferma mai, chi si ferma è sospetto. E chi si annoia è sbagliato.


La Scienza della Noia: La Multidimensional State Boredom Scale

La psicologia contemporanea ha trovato nella noia un nuovo terreno di conquista. Non più peccato, non più condizione esistenziale: disfunzione emotiva. La noia oggi viene mappata, classificata, sottoposta a test, profilata.

Esiste persino una scala ufficiale per misurarla: la Multidimensional State Boredom Scale. Hanno misurato la noia. Le sue sfumature. La sua durata. La sua profondità. Un Excel per il vuoto interiore.

Abbiamo smesso di tollerare la noia. Letteralmente. Abbiamo disimparato a sostenerla, a viverla, a frequentarla. La noia non è più una pausa. È un bug del sistema. Un’interruzione del flusso. Un segnale d’allarme da silenziare il prima possibile.


Il Paradosso della Fuga dalla Noia

Ogni volta che la noia fa capolino (in fila alla posta, durante una riunione, al semaforo, sul divano) reagiamo come se fosse un insetto molesto. La schiacciamo con una notifica. Con un reel. Con un refresh. Con un “vediamo cosa c’è su Amazon”. Qualunque cosa pur di non restare lì, nel vuoto.

Ma in questa fuga si nasconde un paradosso. Più cerchiamo di sfuggire alla noia, più la alimentiamo. Riempire ogni vuoto di stimoli superficiali non ci salva: ci svuota. Ci rende assuefatti, disinteressati, incapaci di attenzione prolungata. La noia non si elimina. Si trasforma. Diventa più sottile, più tossica, più vischiosa. È come una zanzara: non la vedi, ma ti punge.

Noi pubblicitari lo sappiamo benissimo. Molte campagne non vendono un prodotto: vendono un antidoto alla noia. “Scopri il nuovo gusto”, “prova qualcosa di diverso”, “libera il tuo tempo”. L’intrattenimento è diventato obbligatorio. Perché sappiamo che se smettiamo di intrattenerti, ti perdiamo.


La Noia come Precondizione della Creatività

Eppure, nonostante tutto, la noia resiste. Torna. Come un vecchio amico scomodo.

Tutti i veri creativi lo sanno. Sanno che la noia è una precondizione della creatività.

Raymond Chandler obbligava se stesso a restare davanti alla macchina da scrivere due ore al giorno, anche senza scrivere una riga. Non era disciplina. Era un modo per lasciare spazio al vuoto. E alla possibilità che, da quel vuoto, nascesse qualcosa.

Haruki Murakami corre dieci chilometri ogni mattina. Non per tenersi in forma. Per svuotarsi. “Non penso a nulla mentre corro,” ha scritto. “O meglio: penso al nulla. Lascio che i pensieri passino come nuvole. Non li afferro. Non li giudico. Li guardo andare.” Il romanzo arriva dopo. Quando la mente è stata lavata dal vuoto.

La noia è un’anticamera. Non sai chi arriverà, né quando. Ma se chiudi la porta troppo presto, nessuno entrerà mai.


Conclusione: La Noia Non È un Bug

La noia non va rivalutata. Va liberata. Liberata dal giudizio, dal sospetto, dall’imbarazzo. Va riconosciuta come tempo utile, tempo nostro, tempo interiore. Un luogo da cui è possibile partire.

Anzi: un luogo da cui è necessario ripartire.

Perché in un’epoca dominata dallo scroll infinito e dalla stimolazione perpetua, la capacità di fermarsi, disconnettersi e annoiarsi potrebbe essere l’ultima forma di resistenza creativa rimasta.

La noia non è un bug. È il sistema operativo della creatività.


Domande Frequenti sulla Noia e la Creatività (FAQ)

Perché la noia è importante per la creatività?

La noia funziona come una camera di decompressione per la mente. È il momento in cui il cervello smette di inseguire stimoli esterni e comincia a creare connessioni interne. Raymond Chandler obbligava se stesso a stare davanti alla macchina da scrivere due ore al giorno anche senza scrivere, creando quello spazio vuoto in cui le idee potevano atterrare. Haruki Murakami corre dieci chilometri ogni mattina per svuotarsi, lasciando che i pensieri passino come nuvole senza afferrarli.

Cos’è l’infodemia e come influisce sulla creatività?

L’infodemia è la valanga di informazioni inutili che ci seppellisce quotidianamente attraverso smartphone, social media e notifiche continue. Questa sovrastimolazione ha fatto crollare la nostra soglia dell’attenzione e, di conseguenza, la nostra capacità di immaginare. L’infodemia ci tiene perennemente distratti da noi stessi, impedendo quel vuoto fertile necessario alla creatività.

Qual è la differenza tra noia medievale e noia moderna?

Nel Medioevo la noia non esisteva come concetto. Quando sopraggiungeva un senso di vuoto e inutilità, veniva chiamata “acedia” ed era considerata un vizio capitale, una colpa spirituale. Tommaso d’Aquino la definiva “tristezza dell’anima che rifiuta il bene divino”. Nel Settecento e Ottocento, con Baudelaire e Flaubert, la noia si secolarizza e diventa l’ennui: condizione esistenziale e privilegio dell’intellettuale. Oggi la noia è vista come disfunzione emotiva, un bug da silenziare con notifiche e scroll compulsivi.

Cosa significa “Mi annoio, dunque creo”?

“Mi annoio, dunque creo” è un manifesto di resistenza creativa contro l’ossessione della produttività e la dittatura dello stimolo continuo. Parafrasa il “Cogito ergo sum” di Cartesio per affermare che la noia non è un fallimento personale ma il sistema operativo della creatività: uno stato necessario affinché la mente possa generare idee originali invece di limitarsi a processare stimoli esterni.

Qual è il metodo di Raymond Chandler per stimolare la creatività?

Raymond Chandler applicava una regola d’oro: stare seduto davanti alla macchina da scrivere due ore al giorno, anche senza scrivere nulla. “Non devi scrivere,” spiegava, “ma non puoi fare nient’altro.” Questo metodo crea uno spazio vuoto obbligato in cui le idee possono emergere spontaneamente, senza forzatura.

Qual è il metodo di Haruki Murakami per la creatività?

Haruki Murakami corre dieci chilometri ogni mattina non per tenersi in forma, ma per svuotarsi mentalmente. “Non penso a nulla mentre corro,” ha scritto. “O meglio: penso al nulla. Lascio che i pensieri passino come nuvole. Non li afferro. Non li giudico. Li guardo andare.” Il romanzo arriva dopo, quando la mente è stata lavata dal vuoto.

Chi è Mizio e perché scrive di creatività e noia?

Mizio è un copywriter e creative director italiano con 35 anni di esperienza nella pubblicità. È Creative Director e Partner delle agenzie Hallelujah e High5 Commitment, docente all’Accademia di Comunicazione di Milano, e autore della mizionewsletter su Substack con una community di oltre 10.000 lettori. Scrive di creatività e noia perché, dopo vent’anni di blog e sei di newsletter, ha individuato nella noia l’argomento urgente e necessario per un libro.


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Data di uscita: 30 giugno 2026

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Chi è l’autore

Mizio Ratti è copywriter e creative director con 35 anni di esperienza nella pubblicità italiana. Attualmente è Creative Director e Partner di Hallelujah e High5 Commitment. Insegna all’Accademia di Comunicazione di Milano.

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